Di ritorno dalla Villa dei Libri di Lucca, portiamo con noi ancora qualche appunto sulla cultura pop, che per Neverend è una delle principali materie di studio. Partiamo da una notizia: dal 26 al 30 ottobre l’Università IULM di Milano ospiterà la quinta edizione di Sognielettrici, festival dedicato all’immaginario fantastico e fantascientifico. Cinque giornate di incontri, proiezioni e approfondimenti che metteranno in dialogo cinema, letteratura, fumetti, videogiochi e nuove tecnologie. Tra gli appuntamenti, anche un’iniziativa dedicata ai sessant’anni di Star Trek, alla quale parteciperà il nostro Emanuele Manco, autore di Asimov e la scienza.
Il programma dell’evento testimonia quanto la cultura pop sia ormai diventata materia di studio e ricerca accademica. Non è sempre stato così. Nel 1964, quando Umberto Eco pubblicò Apocalittici e integrati, dedicare un’analisi rigorosa ai fumetti, alla televisione o alla musica di consumo rappresentava una scelta tutt’altro che scontata. In un panorama culturale ancora fortemente condizionato dalla distinzione tra cultura alta e cultura bassa, Eco proponeva qualcosa di rivoluzionario: studiare Superman o Charlie Brown utilizzando gli stessi strumenti critici riservati alla letteratura tradizionalmente considerata più nobile. Non si trattava di sostenere che ogni prodotto popolare fosse necessariamente un capolavoro, né di cancellare qualsiasi distinzione qualitativa. Il punto era un altro: la cultura di massa produceva linguaggi, simboli, miti e modelli narrativi che meritavano di essere compresi, anziché liquidati con sufficienza o celebrati acriticamente.
A oltre sessant’anni di distanza, quella prospettiva appare quasi ovvia. E non soltanto perché gli studi culturali hanno conquistato uno spazio consolidato nelle università, come dimostra Sognielettrici. Nel frattempo, molte opere considerate semplici prodotti di intrattenimento sono diventate autentici classici dell’immaginario contemporaneo. Star Trek, per esempio, ha attraversato sei decenni continuando a esplorare destinazioni remote. Star Wars ha costruito una mitologia riconoscibile in ogni parte del mondo. Tolkien è ormai un riferimento imprescindibile nella storia della letteratura fantastica. Personaggi nati sulle pagine dei fumetti, da Superman a Batman, sono entrati stabilmente nell’immaginario collettivo, mentre i videogiochi hanno sviluppato linguaggi narrativi ed espressivi sempre più articolati. Opere differenti, naturalmente, per qualità, ambizioni e risultati. Ma accomunate dalla capacità di sopravvivere al proprio contesto originario, attraversare le generazioni e continuare a produrre significati. Che cosa definisce un classico, del resto, se non anche questa straordinaria capacità di durare nel tempo, parlando a generazioni diverse e distanti?
Oggi, dunque, studiare la cultura pop non rappresenta più una provocazione intellettuale, ma una necessità per comprendere la cultura contemporanea. Non perché il successo commerciale conferisca automaticamente valore artistico, ma perché sarebbe impossibile comprendere la cultura degli ultimi decenni ignorando le opere che hanno contribuito a formare l’immaginario di milioni di persone. Ma c’è anche un ulteriore elemento da considerare. Studiare queste opere significa riconoscere che la cultura non si sviluppa in compartimenti separati. La letteratura dialoga con il cinema, il fumetto con la filosofia, il videogioco con il mito. E spesso le narrazioni considerate popolari recuperano, trasformano e reinventano temi che attraversano da secoli la storia dell’umanità. La lezione di Eco, in fondo, resta proprio questa: prendere sul serio la cultura di massa non significa considerarla tutta ugualmente importante, ma riconoscerla come un territorio degno di essere esplorato con intelligenza e spirito critico.




















