La fantascienza ha davvero sbagliato il futuro? E, soprattutto, davvero era questo il suo scopo? Nei giorni scorsi, un articolo pubblicato su La Lettura ha riacceso una discussione che, periodicamente, torna ad affacciarsi nel dibattito culturale. Se lo scopo era attirare un po’ di attenzione, a giudicare da quanto avvenuto nei giorni successivi all’uscita, l’articolo ha fatto centro. Ma volendo andare un po’ oltre, per avventurarci nel vero senso di quell’interrogativo, bastano pochi passi per capire che la domanda è frutto di un preconcetto e che giudicare la fantascienza dalla precisione delle sue previsioni significa fermarsi alla superficie di un genere letterario, scalfirla appena, e ignorare del tutto quello che c’è sotto. Non è certo una novità. Questo è un equivoco che ricorre spesso e che affonda le sue radici in un certo atteggiamento culturale, un po’ snob e un po’ miope, che continua a considerare il fantastico, nelle sue varie declinazioni, un semplice gioco dell’immaginazione, una “roba da ragazzi”, senza riuscire a riconoscerne il valore come strumento di interpretazione del reale.
La grande fantascienza, chiariamolo, non ha mai avuto come obiettivo quello di indovinare il futuro. Ha sempre cercato, piuttosto, di capire il presente. Esplorarne le paure e i sogni, le ambizioni. Criticare la fantascienza perché ha raccontato un futuro diverso da quello che poi è arrivato è un po’ come liquidare l’Odissea perché attribuisce le tempeste a Poseidone o rimproverare Orwell perché in 1984 non ha previsto le email. Significa, in poche parole, scambiare il linguaggio con cui un’opera parla del mondo per il suo vero oggetto.
Prendiamo Philip K. Dick, per esempio. In Ubik le porte si aprono davvero inserendo una monetina. Oggi sorridiamo di fronte a un’idea del genere. Nell’epoca dei pagamenti contactless e del riconoscimento biometrico, quello della monetina è un dettaglio tecnologico che il tempo ha rapidamente superato. Ma è davvero questo il punto? Oppure la monetina appartiene solo alla superficie del romanzo? Un particolare destinato inevitabilmente a invecchiare, come i giganteschi calcolatori di Isaac Asimov, le consolle piene di leve delle astronavi o i monitor a tubo catodico di tante opere del Novecento. Ogni autore, del resto, immagina il futuro utilizzando gli strumenti del proprio presente. Ma la domanda interessante è un’altra. La domanda interessante è: perché quella porta pretende un pagamento? Perché dialoga con l’utente? Perché perfino gli oggetti sembrano dotati di una volontà propria? È qui che Dick continua a parlarci. È qui la sua straordinaria attualità. Non aveva previsto il pagamento con lo smartphone, certo. Ma aveva intuito un mondo nel quale ogni servizio passa attraverso un’interfaccia; le grandi organizzazioni regolano la vita quotidiana di tutti; diventa difficile distinguere il reale dal costruito. Aveva sbagliato il metodo di pagamento, non il problema. Ed è una distinzione fondamentale. La superficie della fantascienza invecchia sempre. È semmai la sua profondità che può restare sorprendentemente attuale.
Questo è il livello profondo. Quello che continua a interessarci. Ed è per questo che continuiamo a leggere Dick, così come Ursula K. Le Guin, J. G. Ballard, Isaac Asimov o William Gibson. Magari non hanno azzeccato la forma dei nostri telefoni o il colore delle loro cover, mannaggia, ma nei loro racconti hanno intuito quelle trasformazioni profonde che la tecnologia avrebbe prodotto nelle nostre vite. Le inquietudini, le domande. Certo, sono visioni figlie del loro tempo. Ma il senso di 2001: Odissea nello spazio non è mai stato quello di dire “Oh, nel 2001, tutti su Giove”, quanto semmai un ragionamento, appena più profondo, sul rapporto tra uomo e tecnologia che oggi è ancora straordinariamente attuale. Proprio come l’idea che sta dietro la Precrime di Dick. L’idea, appunto. L’inquietudine. Non la forma.
Valeva la pena tornarci su perché questi argomenti, qui a Edizioni Neverend, sono di casa. E riguardano da vicino il prossimo libro che stiamo per pubblicare, in uscita tra pochi giorni. Si intitola, guarda caso, Pecore elettriche e lo ha scritto Michele Paolino. E sì, parla proprio di Philip K. Dick.
Riccardo Bruni
Edizioni Neverend






















