Ti svegli ed è buio. Prima ancora di ricordarti di avere un corpo, senti qualcosa dentro la testa, un piccolo parlamento di pensieri, impulsi, istinti e residui chimici che cercano di rimettere insieme i pezzi di quello che è successo, ma che tu non ricordi. Sei in una camera d’albergo devastata, tra vestiti sparsi sul pavimento, bottiglie vuote, una finestra rotta, una scarpa scomparsa chissà dove e una cravatta orrenda che penzola dal ventilatore a soffitto.
Potrebbe essere l’incipit di un romanzo postmodernista. O la scena d’apertura di una serie crime nordica. Invece, è l’inizio di Disco Elysium, un videogioco.
Per molto tempo abbiamo pensato alla letteratura come a qualcosa che vive sulla pagina. Un oggetto scritto, stampato, rilegato, conservato. Eppure, le storie sono molto più antiche dei libri e molto meno disciplinate di quanto ci piaccia credere. Sono state voce attorno al fuoco, mito, canto, tragedia, rotoli di pergamena. E poi ancora romanzi a puntate, radiodrammi, cinema, serie tv, video in streaming, esperienze in VR. Ogni volta la narrazione ha cambiato supporto e cor-po, senza mai perdere la sua funzione più profonda: dare forma all’esperienza e raccontarla.
Se per letteratura intendiamo una forma intenzionale di costruzione e trasmissione del senso attraverso linguaggio, struttura, immaginario e valore estetico, allora il confine tra libro e video-gioco si trasforma da muro invalicabile in una soglia che possiamo attraversare, andata e ritorno, senza timori o preconcetti. Il videogioco chiede, a chi ascolta e legge mentre gioca, di agire dentro il mondo immaginato dal suo creatore. Nei libri-game e nella litRPG le regole del gioco iniziano ad attivarsi tra le pagi-ne. In universi come The Witcher o World of Warcraft la pagina e lo schermo smettono di stare uno dopo l’altra in ordine cronologico e iniziano a generarsi a vicenda. In opere come Baldur’s Gate 3 o Clair Obscur: Expedition 33 ogni distinzione è ormai improduttiva.
Non tutti i videogiochi sono letteratura, ovviamente – esattamente come non lo è tutto ciò che viene pubblicato – ma alcune opere digitali costruiscono interi universi coerenti, li popolano di personaggi memorabili che vivono trame stratificate, presentano temi ricorrenti, rispettano una memoria interna e articolano una visione del mondo precisa ma non univoca: una comples-sità che appartiene di diritto al discorso letterario.
Forse la domanda giusta, allora, non è se un videogioco possa essere considerato letteratura, ancorché in pixel, ma cosa siamo disposti a considerare letteratura quando la narrazione smette di avere la forma delle parole stampate in un libro. Oggi la narrazione, come ha sempre fatto, ha trovato un’altra forma per restare viva.
E tu, nel frattempo, hai già imparato a leggerla.
Susanna Celotti
autrice di Letteratura in pixel



















