Ci sono autori che vengono imparati a memoria. E provaci a cambiare anche solo una virgola. E poi ci sono autori che vengono riscritti, reinterpretati, rielaborati. J.R.R. Tolkien appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. D'altronde, è stato proprio lui ad auspicare, in una lettera, che “altre menti e altre mani” portassero avanti la sua creazione. E così è stato, soprattutto in questi ultimi decenni, nel corso dei quali la Terra di Mezzo è diventata uno dei più grandi fenomeni culturali della contemporaneità. I film di Peter Jackson hanno portato milioni di persone a scoprire Il Signore degli Anelli, per la prima volta; nuove serie televisive hanno ampliato ulteriormente il pubblico; videogiochi, giochi da tavolo, fumetti e altri prodotti derivati hanno continuato ad alimentare l’immaginario.
Tutto questo, però, porta con sé anche un rischio. Infatti, molti oggi credono di conoscere Tolkien senza averlo mai letto davvero. Non si tratta di una colpa, per carità. Ognuno è libero di leggere quel che vuole. E in fin dei conti è il destino di tutte le grandi opere che entrano nella cultura di massa: le immagini finiscono per sostituire le parole, le interpretazioni diventano più forti del testo.
Così prendono forma convinzioni ripetute di continuo come fossero verità acquisite. Che la Terra di Mezzo sia un mondo separato dal nostro. Che gli Orchi siano l’espressione di una teoria razziale. Che l’Unico Anello derivi direttamente dalla leggenda dei Nibelunghi. Che le Aquile siano soltanto un comodo espediente narrativo e “allora perché non portano subito l'Anello a Monte Fato e fine della storia?”. Sono tutte idee diffuse (e confuse), spesso anche in buona fede. Ma quasi sempre nascono da una conoscenza indiretta dell’opera.
Il problema non è amare i film, le serie o gli altri adattamenti. Il problema nasce quando questi diventano l’unico filtro attraverso cui leggere Tolkien. Perché ogni adattamento è, inevitabilmente, un’interpretazione. Chi ci lavora deve scegliere, tagliare, condensare, modificare. Adottare un punto di vista. È il linguaggio stesso del cinema o della televisione o di quant'altro a richiederlo. Ma quando quell’interpretazione sostituisce il testo originale, il rischio è quello di perdere proprio ciò che rende Tolkien unico: la profondità del suo mondo, la ricchezza delle sue sfumature, il suo rapporto con il mito, con la lingua, con la storia.
Per questo, valeva la pena tornare alla fonte. Non per smontare il piacere degli adattamenti, ma per riscoprire la voce autentica dell’autore. Quella che emerge dai romanzi, dalle lettere, dai saggi e dagli appunti, dove molte delle convinzioni più diffuse trovano risposte sorprendenti, spesso molto diverse da quelle che immaginiamo. Ed è proprio quello che fa Appunti sulla Terra di Mezzo, il nuovo saggio di Pierluigi Cuccitto pubblicato dalle nostre Edizioni Neverend.
Il libro non propone una nuova teoria su Tolkien. Fa qualcosa di più semplice e, forse, più necessario: invita a rimettere il testo al centro. A verificare le affermazioni più ripetute. A distinguere ciò che Tolkien ha davvero scritto da ciò che gli è stato attribuito nel corso degli anni. Perché il modo migliore per rendere omaggio a un grande autore è tornare ad ascoltarlo.
Cuccitto è un divulgatore tolkieniano che lavora proprio in questa direzione. Fa parte dell'Associazione Culturale Sentieri Tolkieniani e cerca sempre di affrontare certe convinzioni, ormai sedimentate nel profondo, ritornando ogni volta alle parole di Tolkien stesso, attraverso i romanzi, le lettere, gli appunti di una vita vissuta sempre tra un mondo e l'altro. La forma di questo libro è proprio quella di una serie di appunti, presi lungo il tragitto, che porta a una preziosa riscoperta di uno degli autori più importanti del Novecento.
Riccardo Bruni
Edizioni Neverend
Per saperne di più: Appunti sulla Terra di Mezzo






















