Viene attribuito a William Shakespeare un pensiero in cui il Bardo spiega il concetto di immortalità di un autore: lo scrittore continua a mostrarsi, a sedurre, a lamentarsi, a gloriarsi, a commiserarsi, a pretendere e ricevere attenzione, anche quando il suo cuore non batte più. Il cuore di Philip Kindred Dick ha smesso di battere il 2 marzo del 1982, ironicamente a poche settimane dall’uscita nelle sale cinematografiche di Blade Runner di Ridley Scott e dalla consacrazione in cui Dick aveva sperato spesso durante la sua carriera. Secondo lui la science fiction aveva tutto il diritto di essere considerata Letteratura e meritava un posto di tutto rispetto nel palazzo in cui sono riposti i più sublimi pensieri della storia degli uomini.
Risulta quasi impossibile dividere il pensiero filosofico di Dick dalla sua opera letteraria, il contenuto dal vettore che lo veicola, poiché l’uno giustifica la presenza dell’altro, e viceversa, in una dinamica circolare che abbraccia i temi più delicati che caratterizzano la nostra società. Allo stesso modo, pensiero e opera risultano legati a doppio filo con la biografia di Dick. In prima battuta ciò potrebbe sembrare una cosa ovvia: quale autore non sfrutta il suo vissuto per alimentare la sua opera? Lo fanno in tanti. Ciò che distingue Dick da tanti altri autori è la capacità di mettere in discussione quel vissuto e la percezione di esso attraverso i sensi. Mettere la Realtà sul banco degli imputati. Il metodo di indagine filosofica di Dick evolve, infatti, per interrogativi. Cos’è Reale? Cos’è Umano? Oddio, e se…?
Grazie a queste domande costruisce uno schema narrativo in cui incastra personaggi che non sono mai chiamati a compiere atti eroici o a grandi imprese. La maggior parte dei protagonisti delle storie di Philip Dick sono tecnici, gente che lavora con le mani, che svolge incarichi umili ma allo stesso tempo di fondamentale importanza. Ciò che conta non è l’urgenza dell’impresa che sono chiamati a compiere, ma il livello di comprensione che riescono a raggiungere in merito alla loro realtà e alla loro identità. Questi personaggi rappresentano i mille volti di Dick e contemporaneamente tutti noi nella misura in cui, esattamente come accade nei romanzi, siamo chiamati a fronteggiare un’anomalia, a chiederci chi muova i fili dietro le quinte, come e in che misura possiamo cambiare le cose, a chi spetta la responsabilità delle conseguenze delle scelte. Le stesse cose che Dick affrontava nella vita quotidiana e che noi sperimentiamo, più o meno coscientemente, tutti i giorni.
La maggiore difficoltà nello stendere un saggio sull’attualità del pensiero di Philip Dick non è stata tanto scegliere e affrontare i temi e nemmeno giocare a capire quante cose egli abbia previsto correttamente e quali no (mica aveva la palla di cristallo). Ciò che mi ha richiesto più impegno è stato mantenere biografia, pensiero filosofico ed estro artistico di Dick intrecciati nel modo più armonico possibile. Districare i nodi del tessuto personale e di quello artistico e cucire tutto insieme in modo da permettere a chiunque legga Pecore elettriche di avere gli stessi strumenti che ho usato io per giungere alle tesi finali. Sono gli strumenti che Dick stesso usava per la sua indagine filosofico-letteraria e che metteva a disposizione di chiunque avesse la curiosità di iniziare a leggere uno dei suoi romanzi e ad esplorare uno dei suoi mondi.
Forse per questo motivo il suo cuore non cesserà mai di battere. Forse il compito di Dick, come di Lem, Asimov, Heinlein e tanti altri, non è quello di prevedere il futuro ma di ricordare il presente, di essere vivi quando tutti gli altri sembrano morti, di aiutarci a non cominciare a pensare come macchine.
Michele Paolino
autore di Pecore elettriche






















